venerdì 1 febbraio 2008

L'Italietta

di Emilio Limone

L’hanno stuprata. Una volta, due, tre. L’hanno lasciata lì, agonizzante. Lo rifaranno ancora, e ancora, e ancora. Nessuno muoverà, come al solito, un dito. Povera Italia, tradita da chi ha l’obbligo, morale e costituzionale, di esserle fedele. Immaginate per un momento di essere la personificazione del nostro Paese: come vi sentireste? Male. Molto male. Stiamo cadendo in basso, ce ne accorgiamo ma facciamo finta di niente. Perché? Perché non lo sentiamo un nostro problema, non vediamo la nostra Patria come un bene comune. Però ci sentiamo in diritto di lamentarci, tra amici e parenti, se le tasse ci arrivano alla gola, le pensioni sono ridicole e i giovani non intravedono alcun futuro. L’Italiano è fatto così: l’importante è lamentarsi e compatirsi l’un l’altro, ci sentiamo soddisfatti, ci togliamo un peso e possiamo andare a dormire; tanto domani ci sarà nuovamente un’occasione per borbottare qualcosa. E le soluzioni chi le trova? Vogliamo lasciare questo compito alla gente che finora ci ha governato? Loro, ormai, sono al di sopra. Di tutto. Se chiude una fabbrica, se un’azienda è costretta a licenziare, se impazza il caro vita, se i mutui e gli affitti arrivano alle stelle, “gli spari sopra sono per noi” (Vasco Rossi docet). Sono guai nostri, non dei nostri politici: loro hanno fatto un investimento sicuro sulla nostra fiducia (o ingenuità) e si godranno sempre e comunque la bella vita, al governo così come all’opposizione. E’ possibile che non ci si renda conto del baratro in cui sta cadendo l’Italia? L’ultima commedia andata in scena al Senato lo scorso 24 gennaio, con tanto di schiamazzi, parolacce, malori e pic-nic (il trenino non l’hanno fatto?), avrebbe dovuto rappresentare il limite della sopportazione, al di là del risultato politico raggiunto in quell’occasione. In qualsiasi paese civile la gente avrebbe detto “basta”, avrebbe protestato contro l’offesa alla propria intelligenza, contro la presunzione dei signorotti del nostro Parlamento.