Una vasta operazione della polizia contro l'immigrazione clandestina ha portato all'arresto di centinaia di persone e all'esecuzione di decine di espulsioni in nove regioni italiane. Ed il tutto a pochi giorni dall’insediamento del nuovo governo Berlusconi.
L'operazione è arrivata mentre si sta affrontando il problema della sicurezza nelle città, con la stesura di un pacchetto all'esame del consiglio dei ministri. A sollevare dubbi e malumori all’estero (la numero due del governo di Madrid ha attaccato senza mezzi termini il nostro Paese tacciandolo come razzista) è stata la velocità con la quale si sta ponendo rimedio al problema. Se si chiamano emergenze qualche motivo ci sarà. E comunque il premier Silvio Berlusconi ha assicurato che gli interventi non saranno mai "incompatibili con le nostre regole democratiche", dichiarazione seguita poco dopo da un’altra con simili contenuti ma del ministro dell’interno Maroni. In Spagna forse hanno dimenticato il razzismo della curva del Real Madrid, che nel 2005 intonò i versi della scimmia e cori inneggianti ad Adolf Hitler nei confronti di due giocatori del Levante, Congo ed Ettien? L'Italia oltretutto non è storicamente un paese razzista. Non dimentichiamo tutte le dominazioni avute nel corso del tempo e sappiamo bene di essere un popolo “misto”, forse tra i più inclini al melting pot… però a tutto c'è un limite: quello dell’integrazione reale. Il diritto di suolo non basta. Già il francesissimo Nicolas Sarkozy, da candidato all’Eliseo per la destra transalpina, nel suo libro ‘Testimonianza’ parlava di uguaglianza di diritti e di doveri. Di partenza però e non d’arrivo, dove il compito dello Stato deve essere quello di fornire gli stessi strumenti a parità di condizioni iniziali. Non esistono vocabolari distinti per ogni popolo e sotto la voce accoglienza chiunque leggerà la necessità di amare chi l’ha accolto e di rispettare i suoi valori, oltre che le sue leggi. La legalità non può bastare senza le stabili basi identitarie di una nazione. L’integrazione passa anche attraverso la rivoluzione culturale e quindi attraverso il comandamento di legare i nuovi arrivati al Dna di un popolo.
Cari buonisti non può essere tutto ridotto e diretto al solo aspetto legale, all’importanza di poter chiamare gli immigrati italiani, francesi, inglesi etc… Il problema dell’ingovernabilità delle banlieues francesi, dei campi nomadi in Italia e di tutti i ghetti in genere, dimostrano proprio questo: non è sufficiente essere inserito, ma inserirsi nella realtà prescelta. L’adesione di un soggetto deve essere allacciata anche ai valori sostanziali di quella democrazia. Non dando nulla per scontato, i diritti tornano ad essere delle vittorie ottenute nel tempo e con sacrificio.
Sia posto dunque, sulla facciata dello sterile buonismo sociologico progressista, l’ormai necessario ponteggio della meritocrazia, innalzato dallo stesso Sarkozy quando ancora aveva un ampio consenso: “la promozione sociale non si reclama facendo la coda allo sportello, ma è la ricompensa del merito e di chi lavora di più”.
Dunque l’attenzione politica va concentrata sugli individui e non sulle categorie. Sulle tradizioni e sui fondamenti di un popolo e non solo sulle sue norme. Sulla uguaglianza ricevuta, ma anche conquistata. Sull’immigrazione, ma di qualità. E controllata. Necessariamente.